Lifestyle Storie

Il fiore della speranza

Scuola di Recife
Cosimo Scarano
Scritto da Cosimo Scarano

Vi siete mai chiesti quante e quali cose siete in grado di fare? Vi sembrerà una domanda banale, ma rifletteteci. Tralasciate le azioni quotidiane e necessarie e concentratevi su quelle che potete compiere quando si presenta una certa occasione: siete in grado di approfittare di tutto quello che la vita ha in serbo per voi? Io, personalmente, non ne sono mai stato tanto convinto. Ho sempre pensato, a torto, che certe cose mi fossero precluse; che ad esempio non avrei mai cambiato la vita di una persona, o lasciato un segno in una terra lontana dalla mia. E poi è successo, e le cose sono cambiate. All’improvviso.

Non vi annoierò con la solita retorica da volontario folgorato sulla via di Damasco, no. La mia esperienza  in Brasile non ha i connotati di una missione umanitaria, quanto quelli di una missione esplorativa.

É una freddissima mattina di marzo a Trento, la città in cui studio. All’entrata della mia Università c’è un banchetto con alcuni studenti in maglietta bianca, che sfidano il freddo evidentemente per un buon motivo. Quando cerco di varcare la soglia dell’edificio un ragazzo si allontana dal gruppetto e mi viene incontro. “Il solito scocciatore…” penso. Non vorrei fermarmi, vorrei rifilargli una delle solite scuse che tiro fuori quando non ho voglia di parlare con questi tizi che ti fermano per strada e ti spiegano le loro ragioni (terminando il più delle volte con una richiesta di denaro). Ma sarà per colpa di tutta quella neve che ancora ricopre la città e trattiene su di essa lo spirito natalizio, alla fine non riesco a dirgli di no. “Certo! Dimmi, ti ascolto.” Mi parla dell’associazione di cui fa parte, AIESEC, e mi descrive molto velocemente di cosa si occupa: progetti di scambio tra studenti provenienti da università di tutto il mondo, divisi tra volontariato puro e stage lavorativi in azienda. La cosa mi sembra subito interessante ed il ragazzo stuzzica la mia fantasia proponendomi mete esotiche e lontane: Cina, India e…Brasile. Davvero interessante, solo che io mi trovo nell’ultimo semestre del mio corso di laurea specialistica e non ho proprio tempo per una “vacanza” da qui a un anno. Lo ringrazio, ci salutiamo con una stretta di mano e corro a lezione, in ritardo come sempre. Le due ore di lezione filano via veloci ed io ne passo una buona a fantasticare su viaggi e posti sconosciuti, da sempre la mia passione. Prima di lasciare l’aula il professore si alza e si schiarisce la voce: in piedi al centro dell’aula, parla della possibilità di scrivere una tesi riguardante la sua materia, a proposito dell’economia brasiliana. Ascolto ogni singola parola di quel discorso con attenzione crescente e quando esco dall’aula, ho ben chiaro dove devo andare. Al diavolo la mensa e la biblioteca, studierò dopo. Scendo subito al piano terra e cerco di trovare il ragazzo che mi ha fermato al mio arrivo in facoltà stamattina: non lo trovo, ma gli altri ragazzi sono ancora lì…fuori, al freddo, da almeno tre ore. Ci deve essere davvero qualcosa di importante che li spinge a fare tutto questo! Mi avvicino al banchetto e prendo alcuni volantini. “Mercoledì c’è una conferenza di presentazione dell’associazione! Se sei interessato vieni a farci un salto.” mi dice una ragazza, come leggendomi nella mente. Le sorrido. Era proprio quello che volevo, il primo passo verso una meta che intravedevo ma non avevo (e non volevo avere) ancora ben chiara.

É iniziato tutto così, da un incontro casuale, una lezione come tante: come pezzi di un puzzle che combaciano perfettamente, nel giro di due ore avevo cambiato totalmente la mia prospettiva sull’ultimo anno di università.

Nei mesi a venire le mie intenzioni vaporose assumono sempre più concretezza. Compilo l’iscrizione all’associazione, mi metto in contatto con il comitato locale in Brasile e scelgo la città che sarà la mia destinazione finale: Recife, nel nord-est del Paese. Mi accorgo (tardi) di non avere un passaporto, mi sento un perfetto idiota e le settimane prima della partenza si trasformano in una lotta contro il tempo per riuscire ad ottenerlo prima che il mio progetto abbia inizio. Fortunatamente il 16 ottobre sono seduto al mio posto sull’aereo che mi porterà in Brasile, carico di aspettative, piuttosto agitato e solo leggermente consapevole della mia incoscienza nel lanciarmi in un’impresa del genere. Insomma, sto andando in un Paese per me totalmente sconosciuto, di cui non conosco la lingua né tantomeno le tradizioni (ok, samba calcio e carnevale non fanno di me un esperto di cultura brasiliana…), dove non ho nessun amico e soprattutto mi sono offerto per un progetto di volontariato che non so esattamente come si svolgerà, data la mia totale inesperienza in questo campo. Sono paure lecite, quando non sai bene cosa ti aspetta: sei sempre stato un ragazzo normale,  buoni voti a scuola, una brillante carriera universitaria, un buon numero di amici, una bella famiglia alle spalle, viaggi in giro per l’Europa, ma sempre d’estate, sempre per piacere, sempre con il massimo degli agi possibili.

Arrivo in Brasile e subito ricevo un’accoglienza che mi lascia esterrefatto. La ragazza dell’associazione con cui sono stato in contatto nelle ultime settimane mi viene a prendere in aeroporto, mi dice che hanno avuto degli inconvenienti riguardo alla mia sistemazione e che quindi starò per un po’ di tempo a casa sua. Mi cede la sua camera ed io mi sento già in debito: la sua famiglia mi accoglie come una persona conosciuta, prepara la cena esclusivamente per me e quando vado a letto, mi accorgo che sto sorridendo e non sono affatto stanco, nonostante il lungo viaggio. Chiudo gli occhi e non sogno, o forse non ho fatto altro per tutto il tempo.

Il giorno seguente è il momento di mettermi a lavoro: la responsabile del progetto mi dà appuntamento nella locale università ed insieme andiamo a vedere il posto in cui lavorerò per sei settimane. La scuola è poco distante, in un quartiere non certo benestante, ma nemmeno poverissimo; sono altri i problemi che lo affliggono e ben presto li scoprirò.

Incontro subito la direttrice della struttura, le maestre con le quali collaborerò e la psicologa che assiste i bambini: da quel che mi spiegano, il suo è un ruolo fondamentale nell’equilibrio dell’ambiente scolastico. Andiamo tutti insieme ad incontrare i bambini; stanno pranzando nella sala mensa ed appena ci vedono entrare, si voltano tutti nella mia direzione: una volta riconosciutomi come una persona estranea, si alzano in piedi e mi cantano una canzone di benvenuto. Io non so che fare, mi guardo attorno, poso lo sguardo su ogni singola testolina che è rivolta verso di me e come poche volte in vita mia sento l’emozione serrarmi la gola. Non devo piangere, non devo piangere…

É iniziato tutto così, con le lacrime che mi hanno offuscato la vista sin dal primo giorno, appena ho messo piede in quel luogo che avrebbe dovuto essere il mio posto di lavoro ed invece è diventato una palestra di vita.

Le sei settimane succesive non sono esattamente una passeggiata: come avevo ben chiaro sin dall’inizio, ogni argomento trattato a lezione porta con sé aspetti delicati e fa emergere situazioni che definire poco comuni è un eufemismo. In una lezione durante la seconda settimana del mio progetto, parlo con i bambini dell’abuso di droghe: spiego loro che il mondo è pieno di pericoli, che c’è gente cattiva pronta a tutto pur di guadagnare denaro, anche a ditruggere la vita di migliaia di persone. Mi sento un ottimo maestro ed i bambini mi ascoltano interessati, poi mentre elenco le conseguenze negative dell’uso di droga, un bambino mi interrompe: “Si è vero, maestro, io l’altro giorno ho visto nella strada di casa mia un ragazzo che si drogava e poi ha accoltellato un mio amico”.

Panico, occhi sbarrati, salivazione azzerata, nell’aula cala il silenzio. Mi guardo attorno: i bambini sembrano incredibilmente tranquilli, quasi che il loro compagno abbia appena chiesto il permesso per andare in bagno. L’unico sconvolto sono io…sono io l’estraneo in quel posto.

Alla fine della lezione ne parlo con una delle maestre che lavora lì: mi fa un mezzo sorriso, quasi divertita dalla mia reazione emotiva. Mi dice che queste cose capitano spesso nel quartiere in cui ci troviamo, che i bambini purtroppo sono spettatori di cose che io fino ad allora avevo visto solo nei film, che in quel contesto l’episodio raccontato dal bambino in classe è  considerato “normale”. Sento i brividi risalirmi la schiena: normale. É normale che un bambino di otto anni veda un uomo assumere droga, accoltellare qualcuno e fuggire via impunito. Vorrei dirle che non è affatto così, che non è per nulla normale, che i bambini dovrebbero vedere i cartoni animati in tv, non tentativi di omicidio davanti alla porta di casa. Ma non le dico nulla, annuisco soltanto in silenzio e lei capisce che non c’è davvero nulla da dire, bisogna piuttosto agire per aiutare questi bambini. Solo allora capisco davvero il mio compito in quella scuola: i bambini hanno bisogno di un’educazione, è vero, ma per quella ci sono già le maestre; il mio compito è quello di fargli capire che il mondo là fuori può essere diverso da quello in cui sono nati, che non possono rassegnarsi ad essere spettatori (e tanto meno attori) di uno scenario così crudele e terribilmente reale. Devo far capire loro che possono cambiare la loro vita quotidiana e hanno la possibilità di riscattarsi, di riscattare anni di ingiustizie e sofferenze; che possono portare un briciolo di speranza nelle loro case ogni volta che tornano da scuola.

Passano i giorni e gli argomenti trattati a lezione sono sempre accolti con tanto interesse: sostenibilità ambientale, diversità culturale, imprenditoria, diritti umani, violenza… Gli ultimi due temi sono i più delicati e me ne rendo conto, stavolta, prima di iniziare la lezione. La maestra ci tiene a farmi sapere, con qualche ora di anticipo, che il tema della violenza potrebbe essere alquanto ostico; la maggior parte dei bambini qui soffre la mancanza di una figura genitoriale: c’è chi non ha la mamma, perchè lei è scappata via di casa stanca delle vessazioni subite dal marito; altri hanno il padre in carcere per droga o furto, altri ancora il papà non ce l’hanno perché morto ammazzato. Mentre guardiamo i bambini giocare a calcio nel campetto di terra battuta, la maestra mi indica un ragazzino che corre dietro alla palla: “Denis ha perso il papà e lo zio nel giro di tre mesi…entrambi assassinati”. Mi si gela ancora una volta il sangue, a guardare quel bambino di nove anni che corre dietro ad un pallone lacerato, senza scarpe, senza maglia, col sorriso in faccia e le braccia sudate nello sforzo del gioco. Corre da mezz’ora su quel campo, sotto il sole cocente, e non sembra essere per nulla stanco. É forte, penso…è forte perchè corre, sorride, gioca, nonostante si sia visto portar via i suoi affetti più cari, in un modo davvero brutale, difficilmente immaginabile per molti di noi.

Potrei star qui a riempire pagine e pagine con storie come questa, perchè ogni bambino in quella scuola ha qualcosa alle spalle. Anzi no, sulle spalle. Certi avvenimenti, certe tragedie, questi bambini se le porteranno dietro per sempre, come macigni: ma ciò non pregiudica il loro futuro. Ho visto la speranza nei loro occhi, la voglia di fare, il coraggio di sognare. Questi bambini vivono un incubo, ma quando chiudono gli occhi trovano ancora la forza di delineare un sogno. E questo l’ho capito da subito, avendone la conferma ogni volta che entravo nella loro classe e loro mi abbracciavano, mi sorridevano, mi chiedevano di cosa avremmo parlato quel giorno in classe, cosa avrei spiegato loro.

L’ultimo giorno ho annunciato davanti a tutti che non avremmo fatto lezione, ma saremmo andati insieme a giocare a calcio nel campetto, però non prima di aver chiesto loro cosa avrebbero voluto fare da grandi. L’avvocato, l’autista, il giudice, la parrucchiera, il ballerino, il calciatore, il professore, la nutrizionista. Mentre mi dicevano come immaginavano il loro futuro, potevo vedere nei loro occhi i colori di quei sogni. Ed allora mi sono commosso ancora una volta, l’ultima prima dei saluti finali. Nel vedere quei sogni così belli, e genuini, correre sulle linee dei loro volti, nei riflessi dei loro sguardi, tra le pieghe dei loro discorsi.

Correvano quei sogni, senza scarpe, con una maglietta troppo grande e non troppo pulita ed i pantaloncini sgualciti. Correvano su un prato di speranza che, ci penso con orgoglio adesso, probabilmente ho aiutato a piantare e far germogliare.

Il fiore più bello è proprio quello che nasce nei posti più improbabili.

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