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La Coppa che nessuno voleva

Recife coppa del mondo 2014 scontri
Cosimo Scarano
Scritto da Cosimo Scarano

Meno di due settimane. Tanto manca all’inizio della Coppa del Mondo, e la febbre da Mondiali comincia a farsi sentire qui in Brasile. Quando incontri qualcuno è un argomento fisso, la gente non parla d’altro, bandiere brasiliane spuntano ovunque ed ogni attività commerciale ci tiene a far sapere che i tifosi provenienti dall’estero sono i benvenuti. Persino le auto sono tutte munito di bandierine carioca, precariamente fissate ai finestrini posteriori. Insomma, sembra tutto pronto per la grande festa, chi arriverà qui nei prossimi giorni avrà la fortuna di conoscere la calorosa accoglienza del popolo brasiliano e la magia che solo questo Paese un un’occasione così prestigiosa saprà offrire.

Già. Chi arriva. Ma come vivrà la Coppa del Mondo chi è qui già da un po’ o chi ci ha sempre vissuto, chi conosce il travaglio vissuto da questo evento ed i suoi lati oscuri tenuti nascosti dai media?

Non è facile capire il livello di esasperazione della popolazione locale dall’esterno. Il giorno in cui ho fatto ritorno a Recife (una delle 12 città che ospiteranno i match della Coppa, ndr) la situazione era a dir poco drammatica: la polizia militare, protestando contro il governo statale, era entrata in sciopero. Sapete cosa può scatenare uno sciopero delle forze di polizia? Beh, io non ne avevo idea fino al 15 maggio: significa che la gente può fare quello che vuole e le leggi sembrano ad un tratto abrogate, come per magia. Vi auguro di non vivere mai una situazione del genere, con assalti armati per strada alle auto ed ai camion, furti in casa, rapine, saccheggi nei negozi e caos che sembrava regnare ovunque. Fa ancora più effetto sapere che una tale situazione apocalittica è stata una conseguenza indiretta dell’organizzazione della Coppa. I poliziotti, infatti, chiedono aumenti salariali ad un governo che ha già speso montagne di denaro per costruire stadi ed infrastrutture (palesemente incomplete al giorno d’oggi), e di fronte ad una risposta negativa alle loro richieste, ecco lo sciopero e le scene di guerriglia nelle strade. Ma questo è solo il caso più eclatante dei disagi che l’evento organizzato dalla FIFA sta causando, perché in realtà ogni giorno c’è una categoria di lavoratori che protesta, ogni giorno sui social network è un fiorire di invettive contro la Coppa.

 

Se in Sudafrica il costo di 4 miliardi di dollari per l’edizione del 2010 è stato giudicato scandaloso, in Brasile si è già arrivati a 13 miliardi; tuttavia la presidente Rousseff ha annunciato che ne saranno spesi almeno 18 per completare progetti ed infrastrutture collegati all’evento e fonti indipendenti si sono sbilanciate fino ad ipotizzare una spesa complessiva di oltre 33 miliardi di dollari. Questo gigantismo che riguarda le cifre spese per l’organizzazione del Mondiale è frutto sia della corruzione sia dell’abbondare di progetti faraonici ed inutili che stanno caratterizzando negli ultimi anni le maggiori città del Paese. Volendo approfittare dell’importante vetrina internazionale per dare prova di progresso e modernità, il governo e le istituzioni locali hanno dato il via a grandi progetti di ammodernamento di infrastrutture esistenti e approvato la costruzione di nuove faraoniche opere, spesso slegate dai bisogni reali della popolazione e piuttosto inadeguate per il contesto in cui sono inserite. Stadi distanti decine di chilometri dai centri abitati, aeroporti appena ristrutturati e già con evidenti carenze, treni monorotaia e mezzi pubblici nuovi ma bloccati da  una cattiva gestione del traffico, sono solo alcuni degli esempi di questa gestione disastrosa della montagna di risorse economiche elargite dallo stato in questi anni. E proprio questo immenso spreco di denaro, accompagnato dall’ombra sempre più tangibile della corruzione, ha scatenato le proteste popolari che hanno preso il via già durante la Confederations Cup nell’estate del 2013. I miliardi di dollari spesi per organizzare i Mondiali di Calcio potevano, secondo i manifestanti, essere impiegati per migliorare i servizi pubblici, dal trasporto all’istruzione, alla sanità; e certamente non si può dissentire dalle loro ragioni nel momento in cui si osserva che il Brasile ha sì dirottato importanti quantità di risorse sul problema della formazione, della sanità e dell’assistenza sociale in generale, ma il paese è ancora oggi in una situazione in cui un elevato numero di persone si trova al di sotto della soglia di povertà ed il livello dei servizi essenziali forniti dallo stato non raggiunge gli standard di quelli dei Paesi Avanzati.

Hanno fatto molto discutere le dichiarazioni di un campione come Ronaldo, molto amato dalla gente, che ha affermato in merito alle proteste: “La Coppa si fa con gli stadi, non con gli ospedali.” Le sue parole hanno scatenato l’ira della popolazione e su Facebook sono apparsi numerosi link che deridevano l’ex calciatore, chiedendogli ironicamente dove si fosse fatto curare per riprendersi dai   numerosi infortuni patiti nella sua carriera.

 

Il Brasile si avvicina quindi all’appuntamento con passo ambiguo. Da una parte la grande passione per il calcio che da sempre contraddistingue i brasiliani e la voglia di sostenere la propria squadra; dall’altra, la rabbia per una serie di scandali di corruzione e spreco di denaro pubblico che non possono essere tollerati da una popolazione che riceve servizi pubblici scadenti e lontani dagli standard occidentali. Ma la gente qui dice che i Mondiali si svolgeranno senza azioni eclatanti di protesta e che i manifestanti non interferiranno con lo svolgimento delle partite, poiché chi viene in Brasile per tifare la propria squadra merita di essere accolto nel migliore dei modi. L’opportunità di accelerare lo sviluppo grazie al flusso di turisti in arrivo ed al ritorno economico dell’evento ha reso evidente ed inconfutabile un ragionamento tra la popolazione: ormai i soldi per la costruzione degli stati sono stati già spesi e bloccare la manifestazione farebbe perdere altro denaro; meglio aspettare e punire i responsabili degli sprechi nell’unico modo possibile in una democrazia. Ad ottobre si eleggerà il nuovo presidente e la rivolta si sposterà dalle strade alle urne, senza esclusione di colpi.

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