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La prima volta

Tifosi in un pub
Cosimo Scarano
Scritto da Cosimo Scarano

Partiamo da un presupposto: guardare una partita della tua Nazionale all’estero non è come assistere ad una partita dell’Inter in mezzo a tifosi juventini. Per me questa è stata la prima volta in cui ho tifato Italia da un altro continente e fortunatamente le cose sono andate a meraviglia. Come ogni prima volta, anche questa mi ha lasciato in preda a sensazioni contrastanti.

Arrivi nel bar che hai scelto per assistere alla partita e già ti accorgi che manca qualcosa: dove diavolo sono i tricolori? Ovviamente in Brasile, dove il calcio è religione e la Seleçao ha più proseliti del cattolicesimo, è impossibile incontrare schiere di tifosi con la maglia azzurra e la mano sul cuore durante l’Inno di Mameli. Eppure noto in fondo al locale un ragazzo con una maglia celeste, della Lazio…è un fan di Candreva ed io lo adotto subito come italiano.

Ci sediamo al nostro tavolo e srotoliamo la bandiera su un lato, tenendola ferma con dei menu. La gente ci guarda, come si fissano gli animali tropicali allo zoo. Senso di isolamento crescente.

Il cameriere ci mette del suo: ci guarda un po’ intimorito quando si avvicina al tavolo, assicurandosi di non infilarsi tra noi e lo schermo, ostacolandoci la visuale. “Vi porto dei menu?” Beh, se vuoi…

Scegliamo un surrogato di cibo finto americano, velatamente brasiliano, neanche lontanamente italiano; una Heineken metterà tutto a posto poi.

Intanto la partita in inizia: due idioti scimmiottano l’inno, poi un altro branco di cretini ride alla lettura dei nomi dei giocatori italiani. Spiegami un po’, chi ha in squadra un giocatore che si chiama come un mostro verde dei fumetti?

La partita prosegue ed io non ho intenzione di tifare in inglese o portoghese…tantomeno in italiano. Le imprecazioni sono in dialetto, rendono meglio e mi portano a gesticolare esageratamente. Mi accorgo della cosa quando vedo i miei amici stranieri che mi guardano e ridono. Ho ceduto al loro stereotipo dell’italiano che parla ad alta voce e muove le mani in maniera convulsa quando si agita. Ok, chissene…

Gol dell’Italia! Mi alzo in piedi, i pugni in aria, tutto il locale mi guarda con un misto di sorpresa e amara sottomissione all’idea che si, l’Italia ha segnato. Li guardo tutti dall’alto, non sarò la persona più felice del mondo, ma di sicuro sono quella più felice al momento nel locale. Un altro paio di sguardi a 360° e mi risiedo. Neanche il tempo di prendere il bicchiere in mano, che subito il mio sorriso ebete sparisce tra la schiuma della birra…pareggio dell’Inghilterra. Fuck.

L’intervallo è una questione di tattiche e relazioni internazionali: i miei amici colombiani mi chiedono un commento, forti della vittoria della loro nazionale quello stesso giorno. Gli sorrido amabilmente…maledetti aguzzini. Voglio che la partita riprenda, voglio tornare ad imprecare in dialetto e far ridere gli altri.

Via. Sono minuti concitati. Occasioni da una parte e dell’altra. Sirigu non mi fa rimpiangere Buffon, Darmian è una sorpresa, Paletta mi causa un rigurgito alcolico, Pirlo lo rimanda giù.

E poi…Balotelli, colpo di testa, gol. Mi rialzo in piedi, insisto con lo sguardo trionfante, nessuno ricambia…le sensazioni sono buone. Fino alla fine sarà una lunga sofferenza, ma il fischio finale (dopo 5 minuti di recupero) è più liberatorio della campanella di scuola durante gli anni del liceo.

Mi scolo l’ultimo sorso di birra in fondo al bicchiere e riprendo la bandiera. “Forza ragazzi, foto ricordo dopo la partita!” si prestano tutti allegri, la tensione è andata anch’essa negli spogliatoi. Dopo lo scatto sento una mano sulla spalla. Mi volto ed è una signora sulla quarantina: “Ho tifato anche io per l’Italia…posso fare una foto con voi e la bandiera?”. Certo signora, come dirle di no?

Facciamo la foto e mi chiede il contatto Faceboo perchè vuole taggarmi. Va bene signora, l’importante è che non smetta mai di tifare Italia. Quando si accorge che parlo il portoghese in maniera accettabile è la fine. Inizia a parlare (nell’ordine) di calcio, religione, politica, corruzione e lavoro. “Signora i miei amici stanno andando via, devo lasciarla…”. “Certo figliolo, vai…ti aggiungo su Facebook!”. Le faccio un segno di assenso con la mano ed un altro col capo.

Mi dispiace signora, devo proprio andare…i miei amici mi aspettano, io sono su di giri per la mia Italia e qui in Brasile sono solo le nove e mezza di sabato sera.

La serata è appena iniziata…il Mondiale è appena iniziato.

Ci risentiamo tra qualche giorno, intanto io vado a festeggiare nella notte di Recife.

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