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Le ferite di Istanbul

Spianata tra la Moschea Blu e Santa Sofia - Istanbul
Cosimo Scarano
Scritto da Cosimo Scarano

Fa tremare. Trema tutto dentro di te, quando accendi la tv e le prime immagini che vedi ti sembrano più che familiari.

Una piazza, un obelisco, le panchine davanti all’ingresso della Moschea Blu, nel quartiere di Sultanahmet a Istanbul. Lo riconosci perché eri proprio lì non più di 40 giorni fa, a scattare foto, esplorare una città nuova, conoscere una cultura affascinante e misteriosa. Quelle strade, quelle case, quegli angoli a cui hai svoltato insieme ai tuoi amici in una fredda mattinata di fine novembre, zaino in spalla e GoPro montata sul bastone da selfie che tanto odi. E ora…

Le immagini si ripetono sempre uguali, ambulanze che fanno su e giù per la piazza, teli stesi per terra, su quelli che presumi debbano essere corpi e speri però con tutte le forze che non lo siano per davvero. In cuor tuo speri che quelli siano solo teli innocui che qualcuno ha fatto cadere distrattamente, e magari qualcun altro ancor più distratto li ha calpestati mentre ammirava col naso all’insù le meraviglie della moschea costruita lì accanto. Come si fa a credere a una cosa del genere?

Guardo le mie scarpe: ecco, la suola delle mie scarpe era esattamente lì dove adesso vedo qualcosa di rosso e caldo e liquido riempire un avvallamento del terreno. Un mese fa io ero lì, nel punto esatto in cui adesso c’è un infermiere sudato che ha la faccia stravolta, gli occhi sbarrati. E però adesso non ci sono, perché lì c’è altro, c’è un orrore che si fa fatica ad accettare, perché chi sarebbe tanto crudele da concepirlo e goderne…

Chiudo gli occhi e torno indietro, ci sono io con i miei amici e insieme passeggiamo su quella piazza, sotto quegli alberi. “Agnese, non ti sembra egizio questo obelisco?” chiedo alla mia amica, realmente incuriosito. “Deve essere stato portato dall’Egitto ai tempi dei romani”, mi risponde convinta. Io sorrido, perché in questa città che siamo abituati a credere ormai completamente islamizzata, c’è un obelisco che si porta addosso le raffigurazioni di antiche divinità egizie, e nessuno l’ha ancora butta giù. Si tratta davvero di un bel quartiere, pieno di turisti, li vedo a gruppi mentre seguono ciascuno la propria guida e l’aria fresca del mattino mi rende stranamente felice. C’è un segreto in questa città, lo percepisco sotto i rami di quegli alberi, tra un monumento egizio ed un imponente moschea, meravigliosa fuori quanto al suo interno. E come ogni volta che mi capita di percepire l’energia nascosta dei luoghi che visito, allora comprendo che non mi dimenticherò tanto facilmente nemmeno di questa città immensa, contraddittoria, bellissima.

Spianata tra la Moschea Blu e Santa Sofia - Istanbul

Spianata tra la Moschea Blu e Santa Sofia – Istanbul

Sono di nuovo lì per un momento, e questa volta è una mattina di gennaio, ma io passeggio felice uguale, videocamera in mano e cappellino sempre in testa. Un passo, due, tre passi e poi l’esplosione alle mie spalle. La faccia a terra, il calore del sangue che cola, copioso, lungo le gambe, il cappello ancora in testa, storto, un po’ annerito. Le pietre che cadono dal cielo, i bagliori di un piccolo fuoco che attraversano le palpebre socchiuse, un insistente ronzio nelle orecchie. Forse non andrà mai più via. Lì dove c’era una foglia secca, ora c’è un fosso, e tutt’attorno pezzi che non dovrebbero giacere inermi, ma attaccati ad altri pezzi, e tutti assieme non dovrebbero mai cospirare per realizzare qualcosa del genere. Ancora a terra, chiudo gli occhi e mi lascio andare. Una volta per ogni vittima di questa barbarie.

Avrei potuto esserci io, ma è toccato a qualcun altro. Resta la sensazione di sconfitta, di schifo, di angoscia per un mondo che cospira per il silenzio, un attimo aver sparso grida di dolore.

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